L’amianto Fa Un’altra Vittima: Alla Famiglia 880Mila Euro

amiantoL’amianto Fa Un’altra Vittima: Alla Famiglia 880Mila Euro

Proseguono le condanne dei giudici nei confronti del Porto a risarcire i familiari.
Decine di vittime tra gli operatori “lavoravano senza protezioni e informazioni”

Un altro ex operaio del porto di Venezia morto per aver inalato le cancerogene fibre di amianto per anni, decenni di sbarco e imbarco merci, movimentando grandi sacchi di juta in arrivo da Russia e Cina carichi del pericoloso – e, allora, utilizzatissimo – minerale per coibentare da rumore e calore dai vagoni ferroviari ai capannoni industriali. Sacchi che la morsa delle benne spesso rompeva, disperdendo ovunque le fibre letali, tra gli anni ’50 e ’80.

Quella del signor R.O. è l’ennesima croce nel susseguirsi troppo lungo di decessi

tra i lavoratori, per i quali l’Autorità Portuale –  che ha preso il posto dell’ex Provveditorato al Porto – è stata condannata ( una volta di più ) dal Tribunale di Venezia a risarcire 880 mila euro alla moglie e ai quattro figli. “La vittima”, commenta l’avvocato Gianluca Gabriotti, dello Studio Legale Agazzi Caldera, “aveva lavorato presso il Porto di Venezia dal 1957 al 1984 come lavoratore portuale polivalente addetto alla movimentazione delle merci. Questo signore – nell’esercizio delle proprie mansioni di carico e scarico navi e di facchinaggio – e stato continuativamente esposto in prima persona all’azione dell’amianto: senza che venissero adottate precauzioni ne forniti dispositivi di protezione atti ad evitarne l’inalazione e l’aspirazione; senza che venissero date istruzioni in ordine alla pericolosità della sostanza; e senza che fossero adottati sistemi idonei per impedire ovvero ridurre la diffusione delle polveri di amianto negli ambienti ove le lavorazioni venivano eseguite”.

Un drammatico racconto di decenni di lavoro a contatto con il cancerogeno amianto,

senza sapere di rischiare la vita ogni volta che un sacco si rompeva o veniva utilizzato come “tavolo” per mangiare alla pausa pranzo, tante volte raccontato in molte sentenze di condanna a risarcire vedove ed orfani. Una sentenza, quest’ultima che arriva dopo un altro giudizio del Tribunale del Lavoro, che già aveva riconosciuto la causa di morte da lavoro, condannando l’Ente al pagamento di 87.748,60 euro a titolo di risarcimento del danno biologico sofferto dalla vittima tra la data della diagnosi di asbestosi polmonare ( 7 aprile 2004 ) e la sua morte ( il 13 gennaio 2005 ): “danno catastrofale”, si chiama. “ Tutte le eccezioni sollevate in corso di causa dalla resistente sono state rigettate”, prosegue il legale della famiglia, “ ed al contrario – in accoglimento dell’atto di citazione – la giudice ha accordato in favore dei prossimi congiunti della vittima il risarcimento del danno morale e da perdita del rapporto parentale. L’importo dovuto dall’Autorità Portuale di Venezia ammonta cosi a complessivi 885.800 euro oltre interessi e spese di lite”.

“Una sentenza importante”, conclude l’avvocato Gabriotti, “perché ha consentito ai familiari della vittima di godere del più lungo termine di prescrizione ( dieci anni dalla morte anzichè cinque ) in quanto l’illecito è considerato dalla legge come reato, ovvero, omicidio colposo”.

2019-07-12T18:46:43+02:00 Luglio 12th, 2019|lavoro, sanità, stampa, strada|